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Arriva un momento, nella vita, in cui ti fermi voltandoti indietro per guardare ciò che hai fatto. Non tiri un bilancio definitivo, per quello (spero) ci sarà ancora molto tempo. Semplicemente alcuni ricordi e alcune circostanze, ti riportano indietro con la mente. Spesso ti trovi a rivivere situazioni analoghe e nell’affrontarle, come se avessi davanti a te un “deja vu” scopri di essere in grado di superarle utilizzando l’esperienza. Il bagaglio più importante e prezioso di cui siamo in possesso, qualcosa che può decretare la differenza tra migliorare e restare fermi, cadendo nei medesimi errori.

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Foto @6stili - Luigi Sestili

Quando ho scoperto il ciclismo su strada, nel 1994, ero un bambino come tanti. Uno di quelli che saltava sul divano vedendo le imprese di Marco Pantani. Aprica, Mortirolo, Alpe d’Huez, Guzet-neige. Ovunque ci fosse anche un solo cavalcavia Marco scattava e noi insieme a lui, idealmente dal divano, spingendolo un pò più in su. Ho sempre creduto che il bene generi altro bene e che lui, in fondo, abbia beneficiato e si sia alimentato dell’amore della sua gente, di tutti noi, per andare sempre oltre i suoi limiti regalandoci alcune tra le imprese più belle della storia.

Come ogni ragazzo di quegli anni, presi la bici e corsi in strada. Iniziai a praticare ciclismo. Il sogno, molto presto, si infranse contro la realtà. Ero leggermente sovrappeso, nulla da far gridare allo scandalo, ma in bicicletta si sa, il rapporto peso-potenza poteva fare lq differenza, oltre alla differente velocità di sviluppo che, in età adolescenziale, spesso genera un solco tra chi arriva primo e chi ultimo. In più erano gli anni in cui era facile che un bambino venisse deriso. Ora useremmo il termine “bullizzato”. La bicicletta era un modo per evadere da quelle situazioni. Pedalare mi rendeva libero. In gara, però, ero un bel problema. Avevo paura a stare in gruppo, paura di cadere, paura in discesa. Insomma, un disastro.

Finché non arrivò un direttore sportivo che a soli 15 anni mi fece capire che avrei dovuto smettere. Voi immaginate un ragazzino che ha già le sue belle difficoltà a tenere le ruote. In più il pomeriggio, anzichè allenarsi sempre ogni tanto si concedeva gli svaghi dei ragazzi normali. Niente di trascendentale, un gelato con gli amici, la gita con la classe scolastica, una serata a teatro. Le cose normali di ogni adolescente che si apre alla vita.
“Noi facciamo questa salita, tu gira intorno e ci aspetti giu”. Quelli sono momenti che ti segnano. Puoi smettere o cercare di vivere la passione diversamente.

Io ero, anzi sono, dannatamente cocciuto. Quando amo qualcosa non esistono freni né divieti. Presi il cartellino, costrinsi mio padre ad andare nelle sede della società sportiva e glielo restituii . “Tuo figlio fa bene così, d’altronde il ciclismo è uno sport di fatica e sofferenza, servono sacrifici e lui non sa farli oltre a non essere dotato, meglio che continui con lo studio”. Cosa sia la “dote” non l’ho mai capito in realtà, perché credo costituisca forse il 10% di ciò che facciamo nella vita. L’affermazione sullo studio invece mi rese orgoglioso, perchè da sempre ho profuso ogni mio sforzo cercando di essere una persona migliore, più istruita, più colta, più specializzata.
Ma la parola “sacrificio” me la stampai in mente perché di me tutto si sarebbe potuto dire tranne che non fossi disposto a qualunque cosa per ciò che amavo.

Il giorno dopo il nipote di quel direttore sportivo, che nel frattempo stava prendendo le redini dei ragazzi della squadra in mano, mi incontrò mentre pedalavo da solo verso le montagne, quelle montagne che mi erano state negate “Tu giri sotto e ci aspetti giu”. Le feci tutte in fila le salite della mia zona, non dovevo più aspettare nessuno se non me stesso. Tornai a casa stanco morto, anzi distrutto. 201 chilometri, su un’agenda ho ancora annotato quell’uscita alla faccia di Strava e delle diavolerie tecnologiche senza cui ora quasi non ci si mette in sella. 
“Allora non è vero che tu non sai fare sacrifici”. Non risposi mai a quell’affermazione, ma iniziai ad allenarmi duramente. Allungai i miei giri. Non avevo nessuno che mi dicesse “tu giri e ci aspetti sotto”. Le feci tutte le salite, e iniziai a scoprirle. Che fosse un viaggio lavoro di mio padre, una vacanza in famiglia o qualunque altro motivo, portavo la bici con me, compravo una cartina della zona e partivo.

In quegli anni, crescendo, profusi ancora di più ogni mio sforzo nello studio. Studiavo di giorno, pedalavo nelle pause e quando il tempo, durante le pause, non era sufficiente invertivo i fattori: studiavo di notte, pedalavo di giorno.
Poi arrivò il lavoro, perché gli studi universitari costavano. E la cosa si fece complicata: lavoravo di sera, studiavo la mattina e pedalavo di pomeriggio. Scoprii le luci, una figata pazzesca: potevo pedalare anche di notte!

Non smisi di crederci e arrivai anche al ciclismo che contava, il professionismo. Durai poco, un’anno e mezzo scarso, quel poco però che bastava per dire a me stesso di avercela fatta. Erano gli anni del ciclismo buio, dei grandissimi scandali. Vidi cose che non mi piacevano ma fui anche onesto con me stesso “Non prendiamoci in giro, tu certe cose non le farai mai così, e anche se le facessi al massimo potresti portare qualche borraccia qua e la, non rovinarti la salute, smetti”. Nel mio lungo processo di introspezione e analisi critica arrivò un direttore sportivo “Consigliategli di smettere, che uno che va così piano non l’avevo mai visto”.

Ingoiai anche quel boccone. Quel direttore sportivo ebbe qualche guaio giudiziario legato al doping. Non l’ho mai vista come una rivincita personale, in fondo anche grazie alla crudezza di quel mondo, esplicitato tramite le sue parole, avevo scelto la mia strada.

Ancora una volta stracciai un cartellino, l’ultimo. Il giorno dopo feci la stessa cosa di parecchi anni prima: presi la bici e feci con lei tutto ciò che mi veniva dal cuore. Perché per quanti divieti, per quanti “no” per quante porte chiuse io abbia trovato, niente e nessuno ha mai potuto togliermi la vera essenza di cosa significava per me la bicicletta. In fondo bastava rispolverarne una, in garage, e mettersi in strada.

Ricominciai a lavorare. Sempre con lo stesso ordine: lavorare di giorno, pedalare di notte. Lavorare in estate e prendere le ferie in autunno, per partire. Santiago, Islanda, Norvegia, Spagna. In quel frangente i “lascia stare” avevano iniziato ad essere sempre meno urlati, sempre più sussurrati o forse, semplicemente, avevo trovato così tanta forza nella mia voglia di arrivare, da non farci più neanche caso.

A distanza di anni quante cose posso dire di essere cambiate? Quel direttore sportivo è sparito ma suo nipote, in questi lunghi 20 anni è diventato il mio amico più fidato. L’altro direttore sportivo è sparito dall’ambiente. Tra i tanti che mi prendevano in giro qualcuno si è ricreduto. Qualcun altro ha continuato a farlo, fedele alle proprie convinzioni. Altri, infine, hanno fatto buon viso a cattivo gioco.

Ed io? Beh io ho continuato ad applicare quella regola fondamentale che, nei momenti di maggior difficoltà mi ha sempre tirato fuori da ogni situazione.

Io ho preso la bici, ho acceso due luci e sono partito. Perché talvolta capita che gli ultimi possano diventare i primi.

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02.06.2019 - 05:00 o'clock

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