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Ogni qualvolta un ciclista viene investito torna d’attualità il problema spinoso della sicurezza stradale.

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Un tema complesso ma, sicuramente, un problema che necessità una soluzione o, quantomeno, la definizione di una via da intraprendere affinché le strade non siano più il luogo di tragedie ed incidenti che sono ormai diventate.
Ieri Domenico Pozzovivo ha rischiato la vita, compromettendo la propria carriera che, nel caso di un atleta, significa “LAVORO”. E’ come se qualcuno, dall’oggi al domani, vi dicesse che non potrete più esercitare il vostro mestiere. Non guadagnerete più e non avrete più la vostra fonte di reddito. Perché di questo si sta parlando.

Investire un atleta, un uomo, un ciclista, una persona comune, significa rischiare di privarlo della VITA.

Siamo una razza strana noi ciclisti italiani, però. Anziché lottare per i nostri diritti, per affermare quanto scritto nel Codice della Strada (la bibbia senza cui nessuno potrebbe mettersi alla guida di un veicolo qualunque!) chiediamo un posto dove andare a sfogare la nostra passione per le due ruote.
Sacrosanto, per carità: quando sfreccio con la mia bici su qualche ciclabile del Trentino Alto Adige, ad esempio, provo un piacere immenso. Silenzio, tranquillità, zero auto, pace della natura. Tutti ingredienti che rendono l’esperienza su due ruote unica.

Però il Codice della Strada recita così all’Art. 1 - Principi Generali

“La sicurezza delle persone, nella circolazione stradale, rientra tra le finalità primarie di ordine sociale ed economico perseguite dallo Stato. “

Questa frase racchiude il senso di questo articolo. Viviamo in una società distorta in cui ormai, il passaparola sul web alimenta falsi miti e leggende. C’è addirittura la falsa credenza, ormai inculcata nelle menti non solo degli automobilisti ma anche dei ciclisti, che una bicicletta non abbia il MEDESIMO DIRITTO di occupare una strada che ha un’automobile. Sia chiaro, il Codice prescrive quali siano le restrizioni (autostrade, etc) ma da nessuna parte è scritta che le BICICLETTE debba circolare SOLO in piste a loro dedicate.

Questa cosa NON ESISTE! Laddove presenti le piste ciclabili, inoltre, ne è consigliato l’uso ma MAI RESO OBBLIGATORIO se non in rari casi e quando la pista è ad uso esclusivo dei ciclisti (cosa che, in Italia, è pressoché inesistente. Quasi la totalità delle nostre piste è di tipo promiscuo, ovvero aperto alla circolazione di pedoni, etc)

Io ciclista HO IL DIRITTO DI CIRCOLARE SULLE STRADE! E questo diritto va fatto valere. Spuntano come funghi gli esempi e i paragoni con i paesi nordeuropei, quelli in cui la rete viaria è dotata di piste ciclabili ovunque. Ci dimentichiamo, però, che da noi la situazione è molto più complessa. Basterebbe guardare la pietosa realtà in cui versano le nostre strade: a mala pena sono adeguate a far circolare i mezzi a motore, possiamo forse pretendere che ne vengano costruite di nuove ad uso esclusivo dei ciclisti?

La strada è di tutti ed è questo il punto: LA CONVIVENZA. Una convivenza che può e deve essere possibile solo grazie ad un attento lavoro culturale. Educativo. Prenderò ad esempio la SPAGNA. Non la Danimarca, la Finlandia o la “Paupasia”. Ma la Spagna. Il Paese a noi più simile per usi e costumi. In Spagna la rete di piste ciclabile è nettamente inferiore rispetto a quella nordeuropea, oserei dire molto simile alla nostra. Eppure in Spagna NON ESISTE alcun automobilista che nel superarvi imprecherà contro di voi o metterà a rischio con manovre azzardate, la vostra circolazione. Non ci credete? Beh andateci! 

Parlo dall’alto dell’esperienza di 25 anni attraverso tutte le strade del mondo, e se ciò non bastasse una gara di 3600 km tutta in territorio iberico che mi ha visto pedalare in Spagna per 12 giorni consecutivi. 12. Notte e giorno. Ovunque. Città centri abitati più o meno grandi, lande desolate, montagne.

E allora qual è il punto se non quello della cultura? Come possiamo sperare che le nuove generazioni capiscano che la strada va condivisa e che siamo TUTTI UGUALI se quando si trovano di fianco ai loro padri vedono scene raccapriccianti fatti di urla, insulti e, talvolta, anche di minacce apportate con manovre intimidatorie??

Il Codice della Strada esiste e parla già sufficientemente chiaro! Ben vengano le piste ciclabili ma in un Paese in cui morfologicamente e culturalmente, siamo ancora troppo arretrati per pensare a una ripianificazione degli spazi (considerando tutte le componenti, non ultima la difficoltà di mettere mani al patrimonio storico artistico e naturale di cui siamo dotati) dobbiamo IMPARARE a condividere ciò che abbiamo.

Io voglio continuare a scalare LO STELVIO, ad esempio, sulla stessa strada su cui mettono le loro ruote auto, moto e famiglie in camper! Ne ho il diritto e non voglio dovervi rinunciare né, tantomeno, dover prendere la bici e rinchiudermi su una ciclabile. Non è questo il modo in cui risolveremo il problema.

La strada è di chiunque la percorra nel pieno rispetto di quella cosa li, chiamata “CODICE DELLA STRADA” e, soprattutto, di chi la percorre. E in questo chi ha più buon senso dovrebbe usarlo capendo e applicando anche la tolleranza in quei casi in cui ormai, troppo spesso, si vede maleducazione e mancanza di senno.

Uccidereste mai un pedone perché attraversa fuori dalle strisce pedonali solo perché vi sentite dalla parte della ragione?

Meditate.

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