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Anche se la mia Race Across Italy non è andata come avrei desiderato, ho tratto alcune indicazioni ma, soprattutto, insegnamenti importanti.

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Partire con il numero "1" sulle spalle, in qualità di vincitore della passata edizione, per me era uno stimolo oltre che un onore. Il sabato, trascorso tra preparativi e il solito briefing pre-gara, era passato molto velocemente. "Sei più tranquillo del solito". Questa era la frase che, a più riprese, avevo sentito intorno a me negli ultimi giorni. Effettivamente ho imparato a gestire le pressioni. Volendo riassumere potrei affermare che "la notte prima di un grande appuntamento dormo sicuramente meglio del solito!". Le previsioni meteorologiche raccontavano la possibilità di neve in quota accompagnata, senz'altro, da freddo e pioggia incessante a quote inferiori. E così è stato sin dalla partenza. Le tanto sperate condizioni estreme si stavano presentando, davanti a me, come un dono arrivato dal cielo. Ore 10.49. Il countdown scandito dallo speaker ufficiale mi annuncia che è il mio turno. Si parte. Da questo momento in poi nessuna scusa, solo un lungo sogno da inseguire pedalando ininterrottamente 818 km.
Da subito il feeling con la strada è buono e mi ritrovo a recuperare tutti i corridori partiti davanti a me. Il mio primo obiettivo era quello di "compattare" il gruppetto dei favoriti e all'inizio del Passo delle Capannelle riesco nel mio intento. La prima ora, volata via a 38 km/h di media, è un segnale forte e chiaro: ho lavorato bene con la bici da crono e posso pensare di limitare i danni sui forti specialisti presenti in gara. La testa della corsa viene presa subito da Ralph Diseviscourt, ma dietro siamo tutti in un fazzoletto: io, lo sloveno Marko Baloh e l'austriaco Patric Gruner. I favoriti della vigilia tutti li, pronti a giocarsi le chance di vittoria in un clima da lupi. Lo scenario ideale per scrivere la mia pagina di ciclismo preferita. Quello estremo.
La seconda salita, il valico di Rocca di Cambio, mi proietta in seconda posizione. Diseviscourt è sempre lì, davanti a tutti, ma conoscendo bene il lussemburghese so anche che è solito partire molto forte. Il mio secondo obiettivo è non far dilatare troppo il suo vantaggio cercando di arrivare a Nettuno sotto l'ora di distacco. Nel frattempo la battaglia con Baloh si infiamma, forte anche di alcune piccole ruggini del passato. Battaglia che prosegue fino alla TimeStation di Capistrello dove, un suo errore, lo fa scivolare indietro. I chilometri successivi, sotto la pioggia e con condizioni di asfalto difficili, sono una lunga attesa. Arrivare a Nettuno limitando i danni da Ralph Diseviscourt, il paese dove ho iniziato a muovere i primi passi in sella ad una bici da corsa, e dove molti tifosi mi stanno aspettando per incitarmi, è il mio obiettivo. Purtroppo alla soglia dei 310 km accade ciò che ormai è storia di questa gara: una caduta per schivare un tombino mi proietta di colpo in una nuova dimensione. Quella di chi sa che ora la lotta sarà per rialzarsi e non per vincere una gara ormai andata. Ogni ciclista, subito dopo una caduta, ha l'istinto di rialzarsi immediatamente. Io, purtroppo, su quell'asfalto rischio di sprofondarci: il dolore e la botta mi lasciano li, sull'asfalto, per qualche minuto. L'orgoglio mi dice di alzarmi, di risalire in sella. Penso ai sacrifici che mi hanno portato sin lì. Penso alle tante persone ad attendermi a Nettuno, a 30 km da lì. Penso a quell'appuntamento speciale, al km 343. Ed è in quei pensieri che trovo la forza di rialzarmi e risalire in sella alla mia bici da corsa. I primi chilometri pedalo senza troppa convinzione. L'arrivo a Nettuno dovrebbe sancire anche il luogo del mio ritiro. Ma lì, allo Stadio S.Borghese dove da piccolo avevo appuntamento con i miei compagni della Ciclistica Nettunese, accade un altro piccolo miracolo. Il tifo della gente e il vedere che i miei avversari non sono affatto così lontani come potevo credere in un primo momento, mi spingono a firmare velocemente il foglio firma della TimeStation e ripartire. I chilometri successivi pedalo con rabbia, grinta e determinazione. Risalgo velocemente sul podio virtuale al terzo posto, a pochissimi minuti da Marko Baloh e con Ralph Diseviscourt lontano ma non troppo. Sogno ancora la rimonta notturna. Sogno di dimostrare sulle mie montagne che i miracoli possono avere la forma appuntita delle vette appenniniche. I chilometri passano, il dolore fisico aumenta. Tengo duro daccordo con Fabio Vedana, in ammiraglia, e cercando di limitare i danni. Ci diciamo di aspettare le montagne per provare a capire se potrò ancora dire la mia. 260 km dopo, però, sulla salita di Castel San Vincenzo, il dolore assume la forma di un drago che morde le mie gambe. Avevo sognato di librarmi in volo proprio lì, tra le Mainarde e il Parco Nazionale d'Abruzzo. Mi fermo una prima volta, steso a terra sull'asfalto sperando che le manovre di Fabio riescano a donare sollievo alla mia gamba sinistra, ormai completamente bloccata.

La seconda volta in cui mi fermo è lo stesso Fabio a porre fine a quella agonia. Sarei ripartito ancora, ancora una volta, ma sarebbe stato impensabile pedalare ancora un solo chilometro di più. "Non ha senso continuare Omar, non roviniamo il resto della stagione. Non distruggerti, hai fatto piu di ciò che chiunque altro avrebbe fatto nelle tue condizioni".

Finisce così la mia Race Across Italy. Non si può vincere sempre. Gli ultimi due anni mi avevano detto il contrario, quella lingua di asfalto viscido mi ha riportato alla realtà: a volte le sconfitte sono il miglior viatico per nuovi successi.

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12.11.2023 - 12:30 o'clock

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