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Ore 21.00 del 9 Maggio 2016. Il sonno tarda ad arrivare, sono qui solo in questa camera d’albergo dell’Hotel Funivia nel cuore delle Alpi. Intorno a me lo Stelvio, il Gavia ed il Mortirolo. Lungo la strada le vostre voci, quelle della gente che ogni giorno mi riconosce, mi incita, mi sospinge lungo le strade dove cerco la mia rinascita sportiva.

omardifelice testamento

Stavo parlando del sonno che non arriva. Da sempre sono un atleta che ha bisogno del massimo raccoglimento alla vigilia degli appuntamenti più importanti. Sto preparando la mia prossima sfida, la Dolomitics24 dopo aver lasciato i sogni di gloria della Race Across Italy lungo un maledetto tombino viscido. Amo questo modo di vivere solitario, la ricerca della fatica e del silenzio. Chilometri di strada, metri di dislivello, watt da mettere nelle gambe, sudore da regalare alle montagne. Capita anche però, come ieri sera appunto, che il sonno possa tardare ad arrivare. Apro iTunes, e il suggerimento sul mio account riguarda il noleggio del film “The Program”. La controversa pellicola su Lance Armstrong. Un film per cui ho deciso, a suo tempo, di non spendere il mio tempo. Ma è sera, non ho sonno e la curiosità di vederlo è tanta. Pochi minuti e il download è completato.
Molti di voi hanno visto senz’altro questo film. Non voglio soffermarmi sul personaggio, né dibattere su quanto fosse o meno comunque un fuoriclasse. Non mi interessa neanche parlare delle pratiche illecite, del suo “sistema perfetto”, del suo essere boss incontrastato del ciclismo. E’ già stato detto e scritto abbastanza, forse troppo.

Ma c’è una cosa su cui voglio soffermarmi. Non so se i suoi titoli al Tour de France siano legittimi, dopato tra i dopati (questo ci ha detto la storia del ciclismo molti anni dopo, cancellando le sue vittorie ma, al tempo stesso, non assegnando i titoli vaganti a quegli atleti che, a loro volta, giunti dopo l’americano, si sono rivelati comunque invischiati in tristi casi di doping)
Ciò però che più mi colpisce in negativo è stato il suo ruolo “sociale”.

C’è un punto, nel film, in cui si vede un bambino, malato allo stadio terminale, sorridere per aver avuto la possibilità di vedere il campione dal vivo. Il sopravvissuto, colui in grado di regalare speranza ai più sfortunati.
Quel punto del film mi ha toccato.
Ogni giorno quando esco in bici vengo riconosciuto. Molti di voi qui sui social mi scrivono in privato dicendomi di trarre la forza dall’esempio che do, con le mie uscite, i miei sforzi sovrumani, il mio “non mollare mai” che sia sotto la neve, al gelo dell’artico o sotto una pioggia incessante.
Molti ragazzi stanno iniziando ad andare in bici anche grazie a me.
Chiudo per un attimo gli occhi e penso a tutti voi. A chi mi erge ad esempio. Si può sbagliare per vincere una gara, si può “truccare” per rubare un trofeo o un posto di lavoro. “”Errare humanum est” dicevano gli antichi. E io non sono un giudice supremo.

Ma non si può ingannare la gente. Non si può prendere in giro chi ci elegge “esempi da seguire”.
Motorini, doping, ma anche la furbizia di imprese false, costruite ad arte per ingannare il pubblico e sentirsi (finti) eroi.
Non so se atleticamente posso definirmi un ciclista “speciale” ma so che molti di voi mi hanno scelto, giustamente o meno, come loro esempio.
Ripenso a quella scena del film. Ripenso ai vostri messaggi. Ripenso a quanto, nel momento della sconfitta alla Race Across Italy, mentre curavo le ferite e lottavo contro il dolore fisico, mi spingevate lo stesso. Mi sono fermato. Ho riconosciuto il dolore, l'ho guardato in faccia dicendogli "ok, stavolta hai vinto tu". Non ho cercato mezzi per aggirarlo, per fregare il sistema, per vincere lo stesso. Che uomo sarei stato se lo avessi fatto?
A cosa servirebbe ingannarvi? "Montare un motorino" e fingere di essere ciò che non sono. Inventarmi un’impresa in giro per il Mondo e magari scoprire che quell’impresa la sto compiendo seduto comodamente su un camper. Il dolore più grande per la storia di Lance, cosi come per quella di molti “impostori” che affollano le strade barando con se stessi prima ancora con quel pubblico che li acclama, sta nel vedere la truffa perpetuarsi agli occhi di persone ingenue e indifese. Persone che sognano, aspirano, si immedesimano..

No amici tifosi.
Si può e si deve essere esempi rimanendo “esseri umani” prima di tutto. E un essere umano può vincere ma anche perdere. Un essere umano è “esempio” anche nel modo in cui accetta i propri limiti.
Non mi interessa apparire come un supereroe. Quelli li lascio ai fumetti o ai film al cinema.
Io sono Omar Di Felice, 34 anni, da 21 in sella alla sua bici da corsa e, da qualche anno, esempio per tutti voi di disciplina, rigore, onestà e resistenza estrema. Ma anche di come, un uomo, non sia una macchina perfetta e possa perdere, sbagliare, inciampare, cadere e rialzarsi.

E se il mio essere “normale” con tutti i limiti che ognuno di noi ha, potesse farmi apparire come uno di voi allora ben venga. Vuol dire che sono riuscito a raggiungere ciò che mi ero prefissato dal primo giorno in cui ho scelto di intraprendere questa vita piena di avventura e di amore.

Vi lascio la mia onestà. I trofei, le maglie, le medaglie riempiranno a mala pena qualche scatolone destinato ad ammuffire..

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