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Dopo la rovinosa caduta alla Race Across Italy avevo bisogno di rimettermi in sella quanto prima per non perdere il feeling con la strada. La Dolomitics24, prima 24 ore su strada su un circuito incastonato tra le Dolomiti, era l’occasione giusta.

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Un errore in cui molto spesso ci imbattiamo noi atleti è quello di voler accelerare i tempi di recupero, sottoponendo fisico e mente a un surplus di stress che rischia di diventare un pericoloso boomerang.
La caduta e il successivo incidente mi avevano lasciato in eredità molte “botte” e una costola incrinata.
Ragionando razionalmente so che avrei dovuto dar retta a chi mi consigliava di concedermi un periodo di stacco totale. Ma guardando nel cuore sapevo di aver bisogno di quelle motivazioni in grado di tirarmi su dopo alcuni mesi difficili sotto il profilo privato e non solo sportivo.
Questo è il motivo per cui, contro il parere di tutti, mi sono assunto la responsabilità di forzare il mio corpo per salvare la parte più importante della macchina “atleta”: il cuore.
Lo stage a Bormio, pedalando sullo Stelvio, in condizioni quasi invernali ha fatto il resto. A pochi giorni dalla partenza le mie condizioni fisiche erano ai limiti. Il parere dei medici a pochi giorni dal via era unanime: “non sei in condizione di pedalare troppe ore, figuriamoci per 24 ininterrotte. Sei folle se lo fai!”
Ho cercato di non lasciarmi influenzare: presa la decisione di partire non potevo più ascoltare altre voci se non la mia. Quella che mi diceva di provarci.
Non è affatto semplice quando parti sapendo di avere sulle spalle un carico ulteriore di responsabilità, sapendo che molti sono lì in attesa di un tuo passo falso.
La tattica di gara sarebbe dovuta essere molto semplice: pedalare cercando di non esagerare durante la prima metà, sperando che la schiena non facesse i capricci. Ma anche in questo caso, ancora una volta, sono riuscito ad ascoltare solamente quella voce inquieta che da dentro mi suggeriva altro.
Ai nastri di partenza c’era tutto il gotha dell’ultracycling italiano grazie alla presenza di alcuni degli atleti più forti d’Italia (e non solo). I favori del pronostico erano equamente divisi con Nico Valsesia, già sul podio alla Race Across America.
Al via della gara la “voce” ha iniziato a parlarmi forte. In quel preciso momento ho scollegato la testa dal resto del mio corpo, ho indossato il solito sorriso di quando mi ritrovo sulla mia “giostra preferita” e sono partito all’attacco. La scelta di partire forte non era stata ponderata, tutt’altro, ma in quel momento non contavano i watt, le strategie o l’eventuale fatica che avrei accusato più avanti. Contava solamente tornare a fare ciò che più amo nell’unico modo in cui sono in grado di farlo: con estro e fantasia.
I primi giri sono volati via facilmente. Sapevo che la differenza si sarebbe iniziata a fare dalla metà in poi. Dai box giungevano notizie confortanti: dietro di me i miei avversari perdevano costantemente 5-7 minuti a giro.
Con questo bottino mi sono ritrovato dopo 20 ore ad avere il margine che mi permettesse di fare una sosta più lunga ai box. L’alba è sempre un momento molto delicato per il fisico: dopo una notte insonne, trascorsa spingendo sui pedali, si attuano dei meccanismi di protezione. Il sonno si impossessa di te gridando ad alta voce di fermarti. Ed è ciò che ho fatto, forte di un vantaggio che superava il giro.
50 minuti fermo ai box, senza dormire, ma regalando alla mia schiena un po’ di recupero. Il lavoro dei ragazzi del team ha fatto il resto: rapida vestizione, alimentazione, qualche calcolo sul vantaggio residuo e via di nuovo in sella. Il secondo, Marcello Luca, aveva appena staccato Nico Valsesia e si era messo al mio inseguimento. In quel momento sono state decisive due mosse: la prima, quella di mantenere la calma e continuare a girare sul percorso senza affanni, fermandomi ai box ad ogni tornata per cambiarmi e mangiare. La seconda, avere come punto di riferimento il mio compagno di team Alessio Bonetti, in lotta per una posizione di vertice.
Quei successivi 3 giri sono stati un concentrato di calma, forza interiore e serenità. Sapevo che chi inseguiva, nel vedere il vantaggio dimezzato dalla mia sosta, aveva iniziato a credere nella rimonta. Ma sapevo anche che queste battaglie si vincono sulla distanza. “La calma è la virtù dei vincenti. L’ho già fatto, posso farlo ancora, conosco questi momenti”. Con questa frase termino il dodicesimo giro. Sono le 10.10, mancano 50 minuti alla fine della prova. Secondo i miei calcoli Marcello Luca dovrebbe arrivare entro le 11 e potrebbe ripartire per il suo tredicesimo giro. Mi avvertono che, in realtà, è in crisi e non riuscirà a ripartire in tempo. Ma io non mi sono mai affidato alla sorte o agli eventi. Preferisco essere fabbro del mio destino. Così, con la stanchezza ad aver riempito ogni angolo del mio corpo, guardo i ragazzi, chiedo loro un cambio, indosso una maglia tricolore che profumava ancora di nuovo e riparto per il tredicesimo e ultimo giro. In quel momento so di aver demolito ogni speranza residua dei miei avversari: l’addetto ai cronometraggi è incredulo di fronte alla mia mossa di partire nonostante potrei vincere comunque la gara fermandomi. I ragazzi del mio team non dicono nulla. Alessio mi guarda sapendo esattamente cosa ho in mente. Lo speaker annuncia a metà tra il serio e l’ironico, che sto ripartendo ancora una volta.
L’ultimo giro è la mia personale passerella. La sfilata ideale tra le Dolomiti che ho imparato ad amare grazie a quella persona che ora non c’è più e a cui ho dedicato quegli ultimi interminabili 28 km. A 6 km dall’arrivo mi fermo. Poggio la bici contro la roccia. Immergo la testa sotto l’acqua gelida di una fontana naturale. Alzo gli occhi, guardo il cielo. Sorrido a te, papà.
Ho vinto la Dolomitics24. Abbiamo vinto tra le Dolomiti. Io e te.
Il resto è la storia di ogni vittoria. Le braccia al cielo e quella voglia di continuare a scrivere con passione la storia della mia vita.

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12.11.2023 - 12:30 o'clock

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