La mia Race Across Italy è iniziata molto tempo prima di quella meravigliosa giornata di sabato 11 Aprile.
Ero appena tornato dall’estenuante impresa “Parigi-Roma nostop” ma, come mi capita ogni volta, durante le prime notti insonni, dovute allo stress accumulato e all’adrenalina ancora in circolo, i pensieri si affollavano. Il 2015 era iniziato come meglio non avrei potuto chiedere e, seppur la stanchezza fisica fosse tanta, nella mente prendevano corpo idee e progetti destinati a diventare gli obiettivi di una stagione per me fondamentale.

Se il 2014 è stato l’anno dell’ascesa nel gotha dell’ultracycling, il 2015 mi aspetta al varco come la stagione della conferma e, si sa, confermarsi ad alti livelli è sempre più difficile rispetto ad arrivarci.
Così dopo aver dato un rapido sguardo al calendario, le opzioni erano due: sfruttare la Parigi-Roma per tirare “lungo” e sfruttarne gli eventuali benefici accumulati o prendere un periodo di riposo e riabbracciare il gruppo a stagione in corso.
Ovviamente, se nel secondo caso potevo avere le migliori garanzie di buona riuscita (nell’ultracycling un periodo di stacco di almeno 30 giorni è fondamentale per poter ricaricare completamente le batterie in vista di un nuovo obiettivo da preparare) il primo lasciava molto spazio ad un eventuale fallimento ma, come ogni scommessa, esercitava su di me un fascino particolare. Qualche email all’organizzatore, Paolo Laureti, per sondare l’eventuale posto ancora disponibile per l’iscrizione e il confronto con Fabio Vedana, il mio preparatore e il 10 marzo, ad un mese esatto dal via, ero tra i partenti!
A questo punto non mi restava che mantenere la giusta calma, per provare a recuperare il più possibile dalla Parigi-Roma e poi rimettermi in sella per un ciclo di lavoro breve e intenso al fine di allenare tutte le qualità specifiche che mi sarebbero servite in gara. La Race Across Italy, tra l’altro, è valida anche come prima prova del campionato italiano di ultracycling, così mi sono detto che avrei avuto un obiettivo in più: quello di accumulare punti in vista della prova finale a settembre, alla Ultracycling Dolomitica.
Come ogni volta, quando preparo un obiettivo, amo non lasciare nulla al caso. Così, dopo aver visto la lista partenti e aver verificato l’altissimo livello dei partenti in gara (capitanati da Marcello Luca, vincitore dell’edizione 2014) ho dato un’occhiata al percorso e in men che non si dica ho deciso che, dopo 10 giorni di dura preparazione specifica, sulle mie strade e le montagne intorno a Roma, avrei preso lo zaino e mi sarei lanciato da solo nella ricognizione del percorso. Per tre giorni ho pedalato sulle montagne della Race Across Italy, cercando di sentirle mie, sfidando il maltempo e analizzando, curva dopo curva, i punti precisi del percorso, memorizzando esattamente ogni variazione di pendenza, e creando nel mio immaginario, uno scenario di come avrei affrontato la gara.
In men che non si dica, quindi, è arrivato il giorno della partenza. Per questa occasione avevo in ammiraglia la presenza di Giovanni De Carolis che, insieme a Marco e Sara, avrebbe composto il team al seguito.
Alla presentazione degli atleti ero annoverato tra i favoriti e, siccome amo particolarmente la pressione, anche questa volta partivo con un bel peso di responsabilità sulle spalle, pronto e deciso a fare del mio meglio.
Sarei partito come penultimo, alle 10.04, un minuto e trenta secondi prima del vincitore del 2014, Marcello Luca. Nella mia mente la tattica era semplice: partire forte, per impressionare subito gli avversari e prendere la testa della corsa, per poi gestire durante la prima parte della notte e arrivare a Venafro, dove si decideva la corsa, con il minor distacco possibile dalla testa della gara.

Poche volte nella vita capita di fare un sogno, e svegliarsi al mattino non solo con la consapevolezza di poterlo realizzare, ma di avere le carte in regola affinchè tutto vada esattamente come la propria mente lo aveva prefigurato.
La Race Across Italy era la mia grande occasione e sapevo di non poter sbagliare. Alla partenza sono sceso dalla pedana con il piglio di chi sa dove vuole arrivare e, chilometro dopo chilometro, ho ripreso e saltato tutti i concorrenti partiti prima di me. Alla prima timestation di Nettuno, dopo quasi 400 km di gara, la situazione mi vedeva in testa, con pochi minuti da gestire su Juan Antonio Conesa Lopez e Settimio Guidi. Iniziava ora la parte per me più difficile. I 150 km completamente piatti, tra Nettuno e Venafro, erano il mio punto debole e sapevo che avrei dovuto gestire al meglio la prima parte della notte. La fortuna ha voluto che, nel bel mezzo della prima crisi, quando avevo rallentato il ritmo per alimentarmi e recuperare un po’ delle energie spese, rientrasse da dietro Plinio Richini. Plinio, col quale non correva buon sangue per via di un episodio che ci ha visti protagonisti durante una Race Across the Alps di qualche anno prima, appena rientrato su di me, non ci ha pensato due volte a saltarmi e inscenare un duello all’ultimo colpo di pedale.
A quel punto qualcosa si è mosso nell’orgoglio: sapevo di stare meglio di lui, e sapevo anche che, se fossi riuscito a tenerlo a qualche decina di metro davanti a me, sicuramente l’avrei potuto utilizzare come punto di riferimento visivo. E così è stato. Il mio rivale, forse ingenuamente o inconsapevolmente, per provare a staccarmi ha fatto il mio gioco, consentendomi di arrivare Venafro, dove poi sono riuscito a staccarlo agevolmente con un ottimo tempo e con un distacco ridottissimo sui primi due della classifica.
A Venafro, con Giovanni in ammiraglia ad esortarmi a riprendere i primi due, ho fatto quello che solo un corridore sicuro di se poteva fare. Ho chiesto una borraccia, rallentato l’andatura alimentandomi per bene, mi sono svestito e ho detto una semplice frase al mio team: “Ragazzi, ora inizia la mia gara”. Da lì in poi è stato un susseguirsi di emozioni sulle salite che avevo provato in allenamento. Metro dopo metro il distacco diminuiva anche se i due davanti a me non accennavano a cedere. Ciò nonostante, forte del fatto che fossi partito comunque dopo di loro, alla time station di Scanno ero comunque in testa ma, per evitare sorprese non mi bastava batterli sul tempo: volevo riuscire nell’impresa di riprenderli e infliggere loro un colpo morale importantissimo “Hey, vi ho ripreso, siete partiti molti minuti prima di me, ora dovete staccarmi e farlo di tanti minuti se volete ancora vincere!”. In cima a Passo Godi il secondo momento di calma e tranquillità. Piede a terra, nel pieno della rimonta, decido di perdere 60 secondi precisi. Per vestirmi al meglio, infilare tutti i capi più pesanti e gettarmi in discesa in sicurezza. Ed è proprio quel minuto, apparentemente, perso, a regalarmi la vittoria! Salendo l’Altopiano delle Cinque Miglia dall’ammiraglia mi urlano che lo spagnolo è pochi km avanti a me. In men che non si dica lo prendo e lo supero. La stessa sorte capiterà a Settimio Guidi, che riuscirò a rimontare salendo a Guardiagrele. Passandolo, dentro di me ho pensato “Questi 40 minuti me li hai fatti sudare, complimenti avversario, ma ora voglio andare a vincere la mia gara!”
Gli ultimi 60 km abbiamo inscenato il finale di una classica: con la vittoria ormai in tasca (il secondo a oltre 40 minuti e il terzo a un’ora abbondante) Giovanni ha iniziato ad incitarmi come se in realtà avessi il gruppo a pochi secondi da me. E’ stata un’emozione indescrivibile, saltare via gli strappi e le salite all’ombra della Majella come se in realtà fossi appena partito. Quando poi, sul viale dell’arrivo, ho visto lo striscione, dentro di me è stato un susseguirsi di emozioni che, purtroppo, le parole non possono raccontare. Le braccia al cielo, il bacio a quella “M” giallonera di Mavic così importante per me e che è il simbolo di una passione infinita che mi porto nel cuore e il dito ad indicare il cuore. E’ stato proprio così, con il cuore, che ho vinto la Race Across Italy. Ed ora, con in pugno mezza maglia tricolore, il pensiero è già rivolto alla Ultracycling Dolomitica di settembre. Non prima, però, di aver raggiunto altri ambiziosi traguardi.
