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Come è nata l’idea

La mia “Le Raid Provence Extreme” non è stata solo una gara ma una vera e propria esperienza totale. Ero reduce dalla vittoria alla "Race Across Italy" e non era stata programmata la mia partecipazione alla corsa dove avevo già trionfato durante la stagione 2014 (nella categoria “solo con ammiraglia di supporto”)
Dopo un breve concerto con il mio preparatore, Fabio Vedana, ha preso corpo questa idea suggestiva. Quella di partecipare, ma di farlo per la prima volta in carriera, nella categoria “senza supporto al seguito”.
Tradotto: navigazione del percorso in autonomia, guida notturna senza ammiraglia ad illuminare il percorso, gestione dei rifornimenti e dei cambi di vestiario solo alle time station e completa autosufficienza in caso di foratura o guasto meccanico.

La preparazione

Ovviamente tutto ciò significava doversi “reinventare” ciclista solitario. Non che pedalare da solo mi abbia mai spaventato (anzi, in genere il 90% dei miei allenamenti li conduco nella più totale solitudine) ma avere il supporto di un team in ammiraglia al seguito è ben altra cosa rispetto al doversela cavare completamente in regime di autosufficienza. Per farlo, però, avevo bisogno di confrontarmi con qualcuno che avesse già esperienza in merito, così ho deciso di contattare Matteo Repetto, anche lui ultracyclist e già finisher di ben 3 edizioni della gara in oggetto nella categoria “solo senza supporto”. Mi chiarisce gli ultimi dubbi con un fitto scambio di email, dandomi preziosi consigli che mi serviranno in gara, ed insieme ne nasce anche l’idea di condividere il viaggio e la trasferta francese.
Dal punto di vista della preparazione, invece, restava ben poco da fare: la stagione era stata sin qui molto impegnativa, così d’accordo con Fabio, abbiamo scelto di concentrarci sul recupero fisico dalle fatiche della Race Across Italy con qualche lavoro specifico di richiamo a ridosso della partenza della gara.

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La vigilia

Il viaggio ha assunto i toni di una “gita da scuole superiori”. Il clima rilassato e senza pensieri che si è subito creato, ha fatto si che in men che non si dica ci siamo ritrovati a pochissime ore dalla partenza. E’ stato molto utile confrontarmi con un’altra persona, osservandone le abitudini e le modalità di avvicinamento alla gara, con tutti i preparativi che ne conseguivano. Giunti al briefing pre-gara la situazione era chiara a tutti: i due favoriti eravamo io (per la categoria senza supporto) e il forte atleta lussemburghese Ralph Diseviscourt (per la categoria con supporto). Non nego che, negli anni, io abbia imparato a utilizzare in maniera positiva queste pressioni crescenti e questa quantità di aspettative che ogni volta, alla vigilia di una grande manifestazione, mi si posano addosso. Se è vero che vincere è difficile, farlo sapendo di avere tutti gli occhi e i fari puntati addosso è ben altra cosa.
Dopo una sostanziosa cena e dopo aver terminato di chiudere con dovizia di particolari tutti i sacchetti da lasciare il giorno seguente agli 8 punti di controllo/rifornimento, andiamo a dormire e, come mi capita sempre, riesco da subito a crollare in un sonno profondo, ritrovandomi in men che non si dica a pochissime ore dalla partenza.

La gara

Il meteo, al mattino, si annunciava ben diverso da quello dell’anno precedente ma anche dall’estate anticipata che aveva avvolto l’Europa nei giorni precedenti. Temperatura fresca, cielo nuvoloso ma, soprattutto, un fortissimo vento che, in cima al Mont Ventoux, sarebbe diventato un vero e proprio ostacolo ai limiti del transitabile.
Alle ore 9.00 in punto parte la gara per i “solo senza supporto”. Nella mia mente avevo chiara una cosa sola: tutti si aspettavano che io vincessi la gara. E’ anche abbastanza frustrante sapere che, in caso di vittoria, avresti fatto “il minimo richiesto e atteso”, così da subito si è agitata dentro di me un’idea. Perché non trovare, comunque, il modo di stupire tutti? Dopo aver realizzato questo pensiero, in men che non si dica, mi sono ritrovato a spingere così forte da ritrovarmi da solo in testa con solo Matteo e il francese Cyrille Genel (vincitore 2014) alla mia ruota. A quel punto ho rotto ancora una volta gli indugi, indurito il rapporto e, senza aspettare neanche l’inizio del Mont Ventoux, sono partito una seconda volta ritrovandomi ben presto in fuga solitaria. Mancavano 570 km all’arrivo, e il forte vento contro avrebbe fatto desistere chiunque, ma io ormai mi ero detto che “o salto io, o salta il banco, non ci sarà spazio per entrambi sulla linea d’arrivo”.

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Dopo il forcing iniziale, mi attesto su un’andatura che mi consenta di aumentare il vantaggio ma senza sfinirmi. Allo scollinamento del Ventoux le fortissime raffiche di vento mi costringono a percorrere il  primo km di discesa a piedi. Il resto lo faranno il forte freddo che condizioneranno il mio stile di guida, preoccupato più di mantenere l’equilibrio per il vento che non di buttarmi in picchiata. Per fortuna al termine della discesa il clima era nettamente più favorevole, così in men che non si dica mi ritrovo alla prima time station dopo 65 km di gara. Il distacco era già importante: 10 minuti su una coppia di francesi al mio inseguimento. Sapevo che, da li in poi, sarebbe stata una lunga crono individuale, ma sapevo anche che rischiavo seriamente di saltare e venire ripreso dai due inseguitori che, nel frattempo, si davano cambi di comune accordo.
Ciò nonostante il mio vantaggio aumentava sino a toccare i 40 minuti all’inizio delle Gole del Verdun. I primi 200 km li ho percorsi con la forza e la tranquillità di chi sapeva di essersi preparato al meglio e con la consapevolezza che tutto sarebbe dipeso da me. Questa impresa, fortemente voluta, prendeva corpo a mano a mano che i chilometri passavano e cresceva in me la convinzione che, forse, avrei veramente potuto tagliare quel traguardo a braccia alzate.
La tattica era semplice: fermarmi sempre 5-8 minuti massimo alle varie time station, rifornirmi senza fretta e senza mai dimenticare le regole essenziali: bere, mangiare, rilassare velocemente i muscoli. Non avendo un’ammiraglia al seguito sapevo che, in caso di crisi, avrei dovuto attendere dai 60 agli 80 km per la time station successiva. Il che equivaleva a perdere parecchi minuti sugli inseguitori. 

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La notte, però, si è presentata davanti a me in tutta la sua cruda durezza. Salendo la Montagna di Lure il forte vento e il freddo mi hanno messo a durissima prova. Non c’erano le luci di una macchina ad illuminare il mio cammino, ma solo una flebile luce montata sul casco ed un’altra sul manubrio della bici. Questo è stato il momento dei pensieri. Ritrovarmi da solo, nel cuore della notte, nel pieno del bosco di  una montagna tanto affascinante quanto spettrale, mi ha fatto assaporare il vero senso dell’avventura in solitaria. Nella successiva discesa, quando mancavano 180 chilometri, ho potuto sperimentare quanto diversa sia la resa in fase di guida senza un’ammiraglia. Così da dietro è rientrato su di me Ralph Diseviscourt del quale ho sfruttato l’illuminazione per qualche chilometro, prima di salutarlo verso la sua cavalcata.
I chilometri successivi, fino all’alba, sono stati a metà tra l’onirico e la visione: si sono susseguiti alcuni colpi di sonno, la strada era resa ancora più buia dalla totale assenza della luna. Veder sorgere il sole è stato rigenerante e, al tempo stesso, mi ha dato la carica necessaria per affrontare la salita al 20% che portava all’ultima time station. Quassù, a 60 chilometri dall’arrivo e con un’ora e mezza di vantaggio, sapevo che nessuno mi avrebbe più potuto togliere la vittoria. Peccato, però, che mi trovavo a dover fronteggiare un nuovo imprevisto: il sacchetto del mio rifornimento non era giunto all’ultimo punto di controllo! Con le tasche vuote riparto. Cosa vuoi che siano 60 km dopo averne pedalati 520? Mi dico che posso gestirmi, cerco di non esagerare con l’andatura, in fin dei conti ho un’ora e mezza e inizio a fare calcoli su calcoli rendendomi ben presto conto che mi sarei dovuto letteralmente fermare affinché da dietro potessero rientrare!
Il fortissimo vento laterale di Mistral ha fatto il resto: a 40 chilometri dall’arrivo e nel pieno di una crisi di fame ho dovuto dare fondo a tutte le mie energie mentali per convincermi che non avevo bisogno di mangiare e che avevo dentro di me le forze necessarie per farcela. Così, quando a 3 chilometri dall’arrivo, ho capito che avrei davvero vinto, ogni sensazione di fatica e sofferenza è sparita. Solo un grande sorriso e la gioia per aver compiuto un’impresa nell’unico modo in cui potevo farlo: staccando tutti dal primo chilometro.

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