Questo è il racconto di come, a volte, con la testa e con il cuore siamo in grado di spingerci oltre i nostri limiti fisici. "Legs speak louder than words" ("Le gambe parlano più forte delle parole"). Le mie stavolta mi hanno detto "Zitto Omar, ci pensiamo noi!"

La vigilia
Ho pianificato la partecipazione a "Le Tour du Mont Blanc" dopo la pausa di recupero dalla prima, intensa, parte di stagione. Amo questa corsa perchè, con i suoi 330 km e 8000 metri di dislivello, rappresenta un buon viatico verso il finale di stagione. Corsa dura, che non ti obbliga a passare una "notte in bici" ma che, al tempo stesso, ha un ritmo da gara vera e ti da la possibilità, quindi, di effettuare un ottimo allenamento. Venivo da 10 giorni di recupero attivo che, unito al caldo asfissiante di questa prima parte dell'estate, mi avevano lasciato in eredità una forma fisica decisamente non idonea per competere ad alti livelli. Ciò nonostante, dopo un rapido briefing con Fabio, il mio preparatore, ci siamo trovati d'accordo sul fatto di ripartire proprio da qui per un nuovo blocco di allenamenti in altura in vista del finale di stagione. La gara mi sarebbe servita per riprendere confidenza con il ritmo e i chilometraggi importanti. Non amo partire attaccandomi il numero solo per "presenza" e allenamento, ma alcune volte la tua condizione fisica non ti garantisce ambizioni maggiori. Arrivato a Les Saisies (Mont Blanc) il pomeriggio prima della partenza, vengo da subito catapultato in una dimensione che non mi aspettavo. L'eco della Parigi-Roma e delle vittorie alla Race Across Italy e a Le Raid Provence Extreme, hanno fatto un bel rumore qui in Francia, così i tanti appassionati che, nel riconoscermi mi stringono la mano, mi incoraggiano esortandomi a una buona gara. Non ultimo, l'organizzatore, il bravo Didier Marinasse mi investe del ruolo di favorito insieme al forte ex pro francese Eric Leblacher, già vincitore durante le scorse edizioni. E' in questo momento che, a livello mentale, mi scatta qualcosa. Mi dico che non posso deludere le tante persone che si aspettano da me una performance al top. Probabilmente non sarò in grado di vincere, ma non posso neanche deludere le aspettative presentandomi al via senza motivazioni o abbandonando ogni velleità prima ancora di partire. Ed è così che, allora, mi presento al via in sordina ma consapevole di voler puntare a dare il massimo di ciò che le gambe mi avrebbero potuto permettere.
La partenza e le prime schermaglie
Come d'abitudine la partenza è alle 5.00, con il sole che ancora stenta a sorgere e la prima discesa a velocità controllata illuminata solamente dalle luci poste sulla bici di ogni concorrente. La prima ora di gara vola ad oltre 40 km/h di media e mi rendo conto, sin da subito, che il livello è mediamente più alto del solito. In genere si seleziona subito un gruppo di 10-15 atleti che saranno poi i pretendenti alla vittoria finale, in questo caso, invece, nonostante le prime salite ci portino velocemente a Chamonix, il gruppo di testa (complice anche un passaggio a livello chiuso) stenta a sfoltirsi e ci presentiamo all'attacco dell'accoppiata Col des Montets-Col de la Forclaz in circa 30 unità.
Cerco di alimentarmi bene e di spendere il minor numero di energie possibili. Mi sembra che la gamba giri bene, ma non so per quanto questa condizione mi sorreggerà e quando, invece, verranno fuori i limiti di una condizione non ancora ottimale.
Col de La Forclaz: si inizia a fare sul serio
Purtroppo l'attendismo non è mai stato il mio forte: quando sto bene è difficile che io riesca a nasconderlo e, man mano che i chilometri scorrono sotto le ruote, sento crescere dentro di me la consapevolezza che questo sarà un gran giorno. Così, sul Col de La Forclaz, non contento di essere ancora così numerosi in testa, provo ad accelerare il ritmo, restando subito da solo in testa e guadagnando velocemente una ventina di secondi. Sfruttando un tornante riesco a controllare la situazione dietro. Il gruppo di testa è letteralmente esploso e vedo i miei avversari all'inseguimento giungere alla spicciolata. Rallento un pò, bevendo e mangiando regolarmente e lasciando che mi riprendano affinchè si possa formare un gruppetto con cui collaborare, così rimaniamo una decina in testa. Era esattamente la situazione che volevo ma, ora che avevo mostrato "i muscoli" non potevo più nascondermi. Ormai i miei avversari avevano capito chi avrebbe fatto la corsa
"Non hai l'ammiraglia al seguito? E come farai!"
Ben presto i miei avversari si rendono conto che, a differenza di tutti loro, non ho alcuna ammiraglia al seguito ma che la mia capacità di mangiare e rifornirmi è affidata unicamente (come da regolamento, non sono uno sprovveduto nè un folle!) ai ristori posti in cima ad ogni salita. Leggo nelle loro facce dapprima lo stupore, poi un ghigno ironico quasi a voler dire "per quanto forte tu possa andare, prima o poi dovrai fermarti e noi ne approfitteremo!". Per fortuna un corridore si offre di passarmi un pò di acqua dalla sua ammiraglia, ma resta il problema di avere davanti a me ancora 190 km vedendo le tasche pian piano svuotarsi da ogni barretta/paninetto. Così, in cima ai ristori, faccio delle volate per anticipare i miei compagni di avventura e riuscire a prendere nel minor tempo possibile qualunque cosa potesse darmi un pò di ristoro. Ovviamente, in tutto ciò, devo poi prendere rischi oltremisura per rientrare nel gruppetto di testa nei primi chilometri di ogni discesa. Ma questa è la gara e, anche se il regolamento vieterebbe ogni forma di assistenza esterna, mi dico che non posso mettere scuse e che ormai "sono in ballo"
Salita di Champex-Lac: ora o mai più!
Dopo aver scremato il gruppetto di testa sul Col de La Forclaz faccio lo stesso sulla breve ma dura salita di Champex-Lac. Da subito l'altro favorito di giornata, Eric Leblacher, risponde colpo su colpo, ma la mia intenzione non è quella di staccare tutti quanto scremare ancora un pò il gruppo, andando comunque a imporre un ritmo che non consenta scatti o variazioni di ritmo pericolose. A un chilometro dalla vetta, però, accade quello che non avrei mai voluto accadesse. Mi si annebbia la vista, sento le gambe svuotarsi di colpo e capisco in un attimo che ogni mia velleità potrebbe andare in fumo. Metto le mani nelle tasche, e do un morso ad un paninetto, centellinando le scorte consapevole dei chilometri residui. E' il momento più duro di tutta la mia gara. Non siamo neanche a metà e una crisi così forte rischia di mandare tutto all'aria. Per fortuna i miei avversari non se ne accorgono, io cerco di nascondere il più possibile la mia difficoltà e riesco a scollinare rimanendo attaccato alle loro ruote e utilizzando la discesa per recuperare un pò da quella brutta crisi. Mi dico che, se non mi hanno staccato lassù, non lo faranno fino all'arrivo! Non hanno saputo approfittare di un momento di difficoltà che, se ben sfruttato, mi avrebbe tagliato fuori da ogni gioco.
Colle del Gran San Bernardo e Piccolo San Bernardo
Ed è così che iniziamo il colle del Gran San Bernardo, in 8 unità e con le forze di molti già al lumicino. Io, complice un altro passaggio a livello chiuso, sono riuscito a mangiare qualcosa e a bere, ed ora mi sento decisamente meglio. La salita al Gran San Bernardo non è durissima, ma molto lunga, e rischia di far più male di qualunque altra salita più breve ma pendente. Le differenze, sul ritmo al chilometro, possono essere molto alte. Uso i primi chilometri per studiare i miei avversari e capire chi potrà impensierirmi. Noto sul volto di Leblacher dei segni di stanchezza mai visti. Così decido di uscire allo scoperto piazzando un primo affondo. Mi fermo, mi volto e controllo i danni. Il gruppetto è letteralmente esploso, ed è qui che decido di colpire duramente fino in cima. Rimaniamo in 3, fatto salvo il rientro di altri 2 atleti nei primi chilometri di discesa che porta a 5 il numero di atleti che si giocheranno la gara. Io mi sento sempre meglio e, ormai, so di poter puntare in alto. Inizia a crescere dentro di me una consapevolezza nuova: sono qui, sul Monte Bianco,e quella che poteva sembrare una gara destinata ad essere un buon allenamento, potrebbe diventare in realtà il teatro di una nuova impresa. Sul fondovalle che ci conduce all'inizio del Piccolo San Bernardo capisco di essere l'atleta più in forma. Quando ti ritrovi davanti a rilanciare su ogni strappetto con facilità e brillantezza e vedi i tuoi avversari soffrire significa che è la tua giornata. Inizio a disegnarmi uno scenario possibile: attaccare sul Piccolo San Bernardo significherebbe rimanere da solo ma rischiare, poi, un ricongiungimento nella veloce discesa pedalabile con inutile spreco di energie. Così decido di affrontare il Piccolo San Bernardo con un ritmo che sfianchi ancora i miei compagni di fuga ma senza però staccarli. Il momento decisivo sarà la durissima salita successiva: Cormet de Roselend.
Cormet de Roselend: vincere o saltare
Ormai ci siamo. Inizia la salita più dura, la Cormet de Roselend. Ed è qui che inizia lo show. 19 chilometri di salita, oltre 1000 metri di dislivello e pedenze in doppia cifra dal 10 chilometro in poi. Senza voltarmi piazzo l'affondo decisivo, una progressione che mi garantisca di arrivare in cima con un ritmo alto. Sento i miei avversari sbuffare dietro di me ma cerco di non voltarmi. A livello psicologico so che potrei pagare il fatto di vederli ancora tutti li, sofferenti ma "attaccati" alla mia ruota. Dopo 2 chilometri iniziano a saltare uno ad uno, come birilli. L'unico a resistere a pochi secondi è Julien Lodolo, un forte corridore francese giovane e di belle speranze. Visto anche il forte vento contrario che ci accompagna durante gli ultimi chilometri di ascesa, decido di aspettarlo prendendo fiato e usando quella "pausa" per bere e ristorarmi. Chiedo alla sua ammiraglia una borraccia e gentilmente mi passano dell'acqua. Un bel momento, soprattutto da un atleta che poteva avere tutto l'interesse per portarmi al limite e battermi prendendomi per disidratazione anzichè staccarmi! Proprio questo gesto mi convince a esortare Julien a seguirmi, per attaccare insieme la salita finale di Les Saisies. Con fatica e sofferenza, ma mostrando carattere e grinta, riesce a rimanere sulla mia ruota anche in discesa, dove conduco con un ritmo forte ma in sicurezza, consapevole che i quasi 6 minuti di vantaggio sul terzo siano sufficienti per gestire il finale
Les Saisies: l'arrivo in parata
Gli ultimi chilometri sono un misto di emozione, felicità e orgoglio. Spingo ancora più forte senza neanche accorgermi della fatica. Vedo Julien faticare un pò ma rimanere incollato con le unghie e con i denti. La sua ammiraglia lo super anticipando l'arrivo, è in quel momento che sento di poter dare l'ultimo affondo e staccare anche lui. Mancano 6 chilometri all'arrivo. Ma poi penso a tutte le volte in cui ho sognato di vincere una corsa e a quante volte fossi stato io nella sua condizione. Lo guardo, lo esorto a non mollare e, dopo aver avuto rassicurazioni sul vantaggio (ancora oltre 4 minuti sul terzo) gli dico che arriveremo insieme a Les Saisies basta che lui tenga duro. Mi risponde dicendomi che per lui è un onore, e che non avrebbe mai immaginato una simile giornata: "Che giornata, arrivare sul Mont Blanc insieme al grande Omar Di Felice, che onore per me!". Lo sport è anche questo. Ed è così che, a 200 metri dall'arrivo gli porgo la mano, mi gusto le montagne di fronte a me, la voce dello speaker che annuncia l'arrivo e l'applauso della folla assiepata dietro le transenne.
Il rumore assordante della vittoria è il più bel rumore che il cuore di uno sportivo possa ascoltare...