La storia della mia Race Across the Alps 2015 ha radici controverse. Inizialmente il mio "programma", stilato insieme a Fabio Vedana, prevedeva un periodo di stacco dopo l'estenuante avventura tra Parigi e Roma (1700 km nostop) e la vittoria esaltante alla "Race Across Italy". Ma si sa, l'appetito vien mangiando e cosi, dopo un'ulteriore avventura caraibica sull'Isola di Guadalupa (300 km nostop) e l'azzardo di partecipare ad una gara estrema in completa autonomia coronato con la vittoria a "Le Raid Provence Extreme" nella mia mente si è insinuato un nuovo tarlo: perchè non provare l'assalto alla Race Across the Alps sull'onda lunga dell'ottima condizione sin qui avuta?

Ovviamente, però, una stagione così lunga può riservare mille incognite. Così, Fabio, ha tentato inutilmente di dissuadermi dal partecipare alla massacrante prova austriaca. Troppo ravvicinati i recenti impegni e troppi, 6 mesi senza mai staccare, i chilometri accumulati in questo 2015. Avevo bisogno di una pausa ma, come tante volte nella mia carriera, ho dato retta solamente all'istinto e al cuore. Alla fine anche Fabio ha dovuto cedere, prospettandomi il miglior piano possibile: un periodo di allenamenti intensi in altura in quel di Bormio, presso l'Hotel Funivia degli amici Daniele ed Elisa e qualche richiamo delle capacità fondamentali prima di prendere il via da Nauders alla gara che misura 533 chilometri con un dislivello positivo di oltre 14 mila metri.
Il Team
Alla luce dei prossimi progetti, sempre più lunghi ed impegnativi, e delle avventure che a breve andrò a presentare, nell'ottica di ampliare l'organico del team integrando persone di spessore a quelle già facenti parte del mio nucleo storico, ho deciso di partire per la "spedizione alpina" con persone completamente nuove. Il team, allestito in collaborazione con la US Bormiese che mi ha supportato fornendomi il mezzo al seguito, ha visto tra le proprie fila Cristian Pozzi (già tra gli organizzatori della Granfondo Stelvio Santini), Marcello Luca (collega ed ultracyclist già vincitore di una Race Across Italy e di un Tortour Mallorca) Cristian Terrazzano (membro, a sua volta, del team di Marcello) e Alessandro Turin (già nel mio team durante la Parigi-Roma). I ragazzi, sin da subito, hanno fugato ogni mio più piccolo dubbio circa il rischio di presentarsi al via di una prova così impegnative con un team non collaudato seppur composto da persone di valore. Da subito l'amalgama creatasi tra me e i ragazzi ha fatto si che io sia riuscito a trovare la massima serenità per vivere al meglio la vigilia.

La Partenza: Stelvio e Gavia
La Race Across the Alps, differentemente dalle altre gare di ultracycling, è in modalità "Mass Start" (ovvero si parte tutti insieme). Sin da subito il ritmo è stato elevatissimo, tanto da presentarci ai piedi della prima asperità di giornata, il Passo dello Stelvio da Prato, con una media oraria di oltre 45 km/h! Sulle prime rampe si sono delineate le gerarchie. Il forte Ralph Diseviscourt prendeva prepotentemente in mano la situazione seguito a ruota da Paul Lindner. I primi 2 km ho tentato di restare agganciato al treno di testa ma, ben presto, ho capito che non era la mia giornata. Così, evitando pericolosi fuori giri, mi sono scansato attestandomi su un passo molto più basso. I primi 20 km della salita sono stati un lungo e difficile esercizio mentale: quando sei abituato a far la differenza su quello che è il tuo terreno, è molto difficile vedere che atleti meno dotati di te sono in grado di staccarti e diventa facile perdere la testa.

Così, con calma e pazienza, ho cercato di alimentarmi e idratarmi al meglio, curando la respirazione affinchè quella brutta sensazione passasse. Gli ultimi 5 km ho tentato con successo una prima piccola progressione. Allo scollinamento il distacco era sorprendentemente basso: solo 2' dalla testa della corsa! Mi sono detto che se, in condizioni cosi disastrose, riuscivo a contenere il distacco su una salita lunga ed esigente come lo Stelvio, forse c'era ancora la speranza di raddrizzare la situazione. Sul Gavia, però, la sensazione è stata ancora peggiore rispetto a quella dei primi chilometri dello Stelvio: respiro bloccato in gola, gambe che non giravano. La classica "giornata no". Così, dopo aver perso ulteriori posizioni, al sorpasso del dodicesimo atleta mi sono raccolto nei miei pensieri un attimo. Come spesso mi capita, ho chiuso gli occhi e ho dato fondo alle mie energie mentali ripetendomi che "Non è il mio posto quello. Vali molto di più di come stai salendo! Forza!". Ho calato un dente ho letteralmente cambiato marcia, scattando a ripetizione come negli ultimi positivi allenamenti e durante le gare sin qui vinte. In cima al Gavia la situazione era già migliorata: riportandomi nella top ten.

Aprica e giro "infernale" del Mortirolo
Il resto l'ho compiuto nella tecnica e difficile discesa del Passo Gavia su Ponte di Legno: pennellando le curve e prendendo anche qualche rischio, sono riuscito ad agganciare il sesto e il settimo della generale. Sfruttando il loro lavoro in pianura (passisti molto piu dotati di me) sono riuscito ad iniziare la salita al Passo dell'Aprica con pochi minuti di svantaggio dalla testa. La gara era ancora tutta da decidere! Sull'Aprica, anzichè staccare i miei compagni di avventura, ho preso la saggia decisione di tenerli con me, consapevole che in tre saremmo sicuramente riusciti a guadagnare di più sui corridori avanti a noi. In cima all'Aprica la situazione era ancora buona: il corridore Ralph Diseviscourt era solo a un minuto scarso e, aldilà della testa della corsa, il resto era ancora tutto da giocare. Purtroppo, però, la classica giornata no ti si presenta regalandoti anche un passaggio a livello chiuso (3 minuti persi in totale). Mantenendo la calma e alimentandomi ho utilizzato questa breve sosta per rimettermi in sesto al meglio. Il Mortirolo era pochi chilometri avanti a noi e sapevo che li avrei capito che piega avrebbe preso la mia gara. A Mazzo ho iniziato una lenta progressione: fare il Mortirolo a tutta mi avrebbe solo restituito un pericoloso boomerang, così mi sono attestato su una frequenza alta ma non impossibile, che mi consentisse di scollinare in maniera lucida e ancora relativamente fresca. In cima, ormai, potevo vedere Ralph e gli altri atleti davanti a me. Il capolavoro si stava compiendo, la rimonta che credevo impossibile stava prendendo forma! La discesa perfetta del Mortirolo mi ha regalato ulteriore vantaggio rosicchiato agli avversari. Iniziava ora la mia seconda scalata all'Aprica in quarta posizione. Risultato inatteso considerando quanto vissuto durante i primi 90 km di gara.

Il Bernina e il buio della notte
Come sempre la lunga ascesa al Passo del Bernina (oltre 30 km, con un dislivello di quasi 2000 metri e un forte vento a spazzarne la cima) è un pò lo spartiacque di questa corsa. Solo superandolo si può sperare di portare a termine la gara. Lungo l'ascesa ho iniziato nuovamente a pagare un pò la fatica degli ultimi 130 km, condotti a ritmo elevato per raddrizzare una corsa nata male e che ero riuscito a rimettere in carreggiata usando testa, orgoglio e quel poco di gambe residue. Ancora una volta ho dovuto dar fondo alle mie energie mentali per gestire lo sforzo. Sapevo di avere le gambe in riserva già da un pò, così ho pensato a salvarmi lucidamente. In cima una breve sosta per vestirmi e via in discesa. Le gambe non giravano come avrei voluto ma era inutile pensare al passato: l'Omar odierno era solo un lontano parente di quello che aveva vinto due gare su due fin lì. La salita successiva, l'Albula, ha riportato alla mente dolci ricordi di vittoria al Tortour 2014 ma sul Fluela, ormai, le energie erano ridotte veramente al lumicino. Ormai non era piu una questione di piazzamento o di tempo, era una lotta per arrivare. Ho dato fondo a ogni mia energia, per ripagare soprattutto il lavoro impeccabile dei miei ragazzi, ma dopo aver avuto una nuova fortissima crisi ho dovuto alzare bandiera bianca dopo 420 km e a soli 110 dall'arrivo. E' stata una scelta difficile ma presa con il cuore leggero e con la consapevolezza che, se non volevo rovinare il lavoro fatto e il proseguimento della stagione, dovevo porre un freno a quella sofferenza che rischiava di gettarmi in una crisi fisica di cui avrei pagato le conseguenze per lungo tempo.
Ancora una volta la RATA mi respingeva ma, questa volta, con un grande sorriso torno a casa consapevole di aver corso i 6 mesi più belli di tutta la mia carriera.