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La prestazione perfetta nel giorno più lungo della mia carriera. Questa è la storia di come ho vinto anche la Ultracycling Dolomitica.

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Verso la UC Dolomitica

L'Ultracycling Dolomitica aveva il compito di chiudere una stagione perfetta, iniziata con la folle ma fantastica avventura no stop da Parigi a Roma (1700 km attraversando le Alpi in inverno) e proseguita con le vittorie alla Race Across Italy (820 km) Le Raid Provence Extreme (585 km in modalità "unsupported") e Le Tour du Mont Blanc (330 km)
La classica ciliegina sulla torta avrebbe reso la stagione ancor più memorabile considerando anche il fatto che dovevo difendere il primato nella speciale classifica che avrebbe assegnato la prima maglia di campione italiano di ultracycling.
Certo, proprio alla luce delle grandi pressioni e delle forti aspettative il rischio di fallire, al termine di una stagione comunque stancante, era elevato. Ma si sa: se si vuole arrivare al vertice di una disciplina bisogna essere in grado di sopportarne le responsabilità. Così, ancora una volta, ho fatto ancora più del solito per farmi trovare pronto all'appuntamento. Settimane di durissimi allenamenti in quota ed infine la Haute Route Pirenei, gara a tappe dai ritmi folli (7 tappe, oltre 800 km e 16 mila metri di dislivello, un vero e proprio Tour de France in miniatura) per rifinire la condizione e farmi trovare pronto.

Il team

Per l’occasione ho radunato il mio team storico: Fabio Vedana come capo crew, Marco Sias alla guida delle operazioni tecniche, Sara De Simoni rifornimenti e comunicazione in gara ed infine Alessandro Turin il nostro “Jolly”!
La vigilia vola via tranquilla, tra una risata e il discorso motivazionale di Fabio che ha sempre il potere di cementare il gruppo e proiettarci nel clima gara.

La partenza

L’orario per la mia partenza era fissato alle ore 10.40 di sabato 5 settembre, ultimo tra i partenti della categoria “Solo”. Il cielo plumbeo non lasciava presagire nulla di buono ma, nonostante le pessime condizioni meteo, sapevo che era la mia occasione ed ero pronto a non lasciarmela sfuggire. Per la prima volta, alla partenza, mi sono chiuso in me stesso. Attimi di raccoglimento, la testa china sul manubrio e un surreale silenzio prima di lanciarmi dalla pedana.
Il giorno prima avevamo effettuato una breve ricognizione dei primi 40 km di gara, quelli con le maggiori difficoltà di navigazione (inserito il Muro di Cà del Poggio rispetto all’edizione 2014, ed una leggera deviazione per motivi di sicurezza in un tratto soggetto a smottamenti) per cui ero tranquillo e sapevo di potermi concentrare solo sul mio obiettivo: provare a vincere la gara conquistando quindi, automaticamente, anche il primo titolo di campione italiano di ultracycling.
Ero deciso a "fare la corsa” dettando da subito il mio ritmo. Ed è qui che ho imparato una lezione tanto dura quanto fondamentale per il proseguimento della mia carriera: mai dare nulla per scontato. A volte l’inconveniente è lì, dietro l’angolo, nel punto in cui tu non avresti mai immaginato di trovare “la maledetta buccia di banana”.

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Il grande errore e la partenza ad handicap

Dopo pochi km commetto l’errore più grande di tutta la mia carriera, quello che avrebbe potuto gettare al vento mesi di lavoro e due obiettivi (la gara e la maglia di campione italiano) che avevo preparato scrupolosamente. Anziché attendere la mia ammiraglia, imbottigliata nel traffico, decido di proseguire da solo, sicuro di ricordare a memoria tutte le svolte sino al Muro di Cà del Poggio. Alla prima rotonda sbaglio clamorosamente senza accorgermene. Dopo qualche minuto, non vedendo la mia ammiraglia, inizio a capire di aver sbagliato. E qui il secondo errore: anziché girare e tornare al punto da cui credo di aver sbagliato svolta proseguo fino a ritrovarmi sotto al Muro di Cà del Poggio ma dal lato sbagliato. A quel punto sotto al diluvio e con il freddo pungente a scavarmi nell’anima mi sento crollare il mondo addosso. Alla radio non risponde nessuno, segno che i ragazzi del team sono fuori dalla portata della comunicazione. Non so che pesci prendere fino a quando incrocio nel senso opposto di marcia i concorrenti della gara. Riconosco l’ammiraglia di Marcello Luca, sorpreso di trovarmi li, in mezzo alla strada, zuppo e col morale sotto ai tacchi. Il primo colpo di scena della gara è servito. Colui il quale era dato favorito da tutti (avversari, stampa e addetti ai lavori) era fuori dalla corsa. Grazie al supporto dell’ammiraglia di Marcello riesco a far chiamare i ragazzi del mio team telefonicamente e in pochi minuti mi raggiungono. Torniamo velocemente al punto da cui ero uscito fuori percorso e riparto da lì. Fabio, visibilmente scosso e contrariato pur rassicurandomi mi comunica il tempo perso: circa 30-35’ (dai calcoli a casa, traccia GPS alla mano, risulteranno almeno 15 minuti in più ma non mi era stato comunicato il reale distacco per evitare ulteriori crolli psicologici). Risalgo in bici ultimo e lontanissimo non solo dalla testa della corsa, ma anche da una posizione che mi consentisse di conquistare il titolo di campione italiano.

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Il momento più difficile della mia carriera: le prime salite

I primi km sotto il freddo pungente e la pioggia battente sono surreali. Nonostante le rassicurazioni che mi giungono in radio (la corsa è lunga, e ho 600 km per sistemare la situazione ) non riesco a carburare come dovrei. I pensieri si affollano, le voci nella mia mente si intensificano e il “rumore” rischia di farmi saltare definitivamente. Per contro le gambe girano a meraviglia e so che se riesco a ritrovare un po’ di serenità il bello potrebbe ancora arrivare. La tensione mi gioca un brutto scherzo sulla salita di Combai e sono costretto a fermarmi per altri 5-6 minuti per problemi di digestione. Così non posso andare avanti, Fabio nel capirlo mi esorta a pensare solo al panorama, divertendomi e ricordandomi che sto facendo ciò che amo di più: pedalare tra le montagne.

omardifelice ucdolomitica combai

La situazione va migliorando e “mi sblocco” psicologicamente nel momento in cui riprendo il primo corridore. Nonostante fosse un corridore partito più tardi, in quanto facente parte di un team di 4 atleti in modalità staffetta, il fatto di vedere un atleta e di riuscire a riprenderlo e superarlo mi fa scattare quella molla che mancava. Così, all’inizio del Grappa ritrovo la gioia di pedalare, abbasso lo sguardo verso il mio Suunto e imposto il “Cruise Control”. 300 Watt medi in salita, frequenza di pedalata alta e via così, con quel ritmo provato mille volte in allenamento. La lunghissima salita al Monte Grappa, passando per il Monte Tomba, mi regala l’inizio di una rimonta a cui non riuscivo più a credere. Lentamente, nella fitta nebbia, spuntano le prime luci delle ammiraglie dei corridori partiti prima di me. Mi comunicano dall’ammiraglia che sono tutti li, a poca distanza l’uno dall’altro. Accade, allora, di superare Marcello Luca, l’austriaco Schinnerl e l’amico Matteo Ferrara prima della vetta.
Sul Passo Gobbera e sul Brocon prosegue la mia rimonta, un rapido saluto a Stefano Gamper e agli altri atleti superati e via: ormai ho in mente un solo obiettivo, prendere la testa della corsa e non lasciarla più. Quella che sembrava ormai un’impresa impossibile iniziava a materializzarsi.

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Il Manghen, la neve e la notte gelida

Quando inizio il Manghen la testa della corsa è circa 15-20 minuti più avanti. Considerando il gap alla partenza (ero partito 16 minuti dopo) ero più o meno in testa alla gara. Sul Manghen la pioggia e il vento gelido mietono le prime vittime. Arrivato in cima prendo la decisione più saggia, frutto di esperienza e di una ritrovata tranquillità: mi fermo in ammiraglia, in preda a un principio di ipotermia ma decido di rimanerci fino a quando non mi sarò ristabilito. Il cronometro scorre, e gli avversari passano. Nell’osservarli scendere rapidamente, senza fermarsi, inizio a ridere sotto ai baffi: so che quell’errore lo pagheranno caro sulle successive salite. Il mio team fa il resto: rapido cambio di abiti, un caffè caldo, del cibo più sostanzioso per scaldarmi dopo l’immenso sforzo in condizioni climatiche proibitive e qualche parola di conforto e di incitamento prima di rimettermi in strada. La discesa, in totale sicurezza, mi porta velocemente al fondovalle tra Cavalese e Moena dove cerco di riprendere il ritmo giusto e inizio a superare nuovamente i tanti atleti che sul Manghen avevano erroneamente deciso di non fermarsi a dovere.
Iniziando il San Pellegrino capisco che quella sarà la mia notte: il vento gelido attenua la pioggia e spazza via le nubi dal cielo, così sul Fedaia alle luci delle stelle si aggiunge anche quella dell’ammiraglia dell’unico corridore rimasto da rimontare. Il miracolo si stava compiendo.

Il Pordoi e l’alba magica sulle Dolomiti

Il Pordoi, che 12 mesi prima aveva respinto i miei sogni di gloria, questa volta mette le ali alle mie ambizioni. D’accordo con Fabio decidiamo di non spingere troppo. La corsa è ancora lunga e vogliamo lasciare al mio avversario il peso della leadership, tenendolo li a 10-15 minuti e facendo sentire la pressione della mia rimonta. Passano le salite (via anche il Campolongo!) e la condizione migliora progressivamente.

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Sul Falzarego/Valparola assisto ad una delle albe più magiche che io abbia vissuto durante le mie lunghissime esperienze estreme. Il riflesso della luce del sole nascente sulla neve colora di magia la roccia dolomitica, ed io non faccio in tempo a meravigliarmi per questo panorama fantastico che mi ritrovo in testa. Il mio avversario, provato da un ritmo al di sopra delle proprie possibilità, sta saltando. Fermo in un angolo della strada lo guardo lanciandogli il guanto di sfida. Ora dovrà essere lui a inseguire e non gli basterà riprendermi ma dovrà anche infliggermi un distacco superiore ai 16 minuti (il gap che ci divideva alla partenza). Sul Giau e sul Passo Staulanza cerco di mettere in cassaforte la gara aumentando ancora il distacco. Ci separano ora circa 5 km (tradotti in minuti, in salita dopo 400 km, sono oltre 15-18 minuti) e le salite per recuperare sono sempre meno. Io ormai mi sto divertendo come mai prima, la fatica non ha ancora preso possesso di me e la vittoria che si avvicina mi carica all’inverosimile. Il resto lo fanno gli sguardi d’orgoglio del mio team e i tanti incitamenti dei tifosi accorsi in strada ad ogni ora per spingermi lungo i 600 km di questa gara massacrante.

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La resa dei conti finale

Le ultime 3 salite diventano una lunga e dolce passerella: mi comunicano che il mio avversario è saltato definitivamente, ed il secondo è ora a oltre 3 ore di distacco. Quasi non ci credo. Passare dalla disperazione per una partenza ad handicap alla gioia per la vittoria schiacciante in una delle gare che maggiormente sognavo.
Gli ultimi km sono un misto di felicità, orgoglio e sorrisi traditi da un velo di stanchezza che inizia ad affacciarsi. L’ultimo sprint è per chiudere la prova sotto le 30 ore (29 ore e 57 minuti il tempo finale). Le braccia al cielo e un inchino rivolto al pubblico che mi ha aspettato a Cordignano sono la degna conclusione di una gara incredibile. Una vittoria folle, frutto della forza della dedizione e del cuore ma anche dell’affiatamento con i ragazzi del mio team e la voglia di non mollare mai.
La felicità si amplifica quando, in serata, il podio viene completato da Marcello Luca e Matteo Ferrara, due atleti onesti e amici di pedale con cui si è instaurato un bel feeling.

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