La prima volta alla Race Across Italy ero poco più che un debuttante nel mondo dell'Ultracycling. Era il 2013 ed avevo già scelto che quella sarebbe stata la mia strada.

Il percorso era di quelli che non lasciano spazio alla fantasia di un piccolo scalatore di 62 kg. 600 km di pianura vento e qualche lungo falsopiano travestito da montagna. Si partiva da Nettuno, proprio lì nel luogo esatto in cui la mia passione era scoppiata a soli 13 anni. Non potevo tirarmi indietro, non potevo "dire di no" e restare a casa. Quel giorno partii con tanto entusiasmo ed un briciolo di incoscienza. Niente bici da crono ma solo una normale bicicletta da corsa con due appendici e ruote ad alto profilo. I primi 300 km furono una lotta contro il vento e contro quell'avversario venuto dall'Austria per divorare una gara il cui esito, forse, era gia scritto. Christoph Strasser, il più forte al mondo di allora, respinse il mio entusiasmo ma il secondo posto dietro di lui mi sembrò qualcosa di incredibile. Il piccolo scalatore di 62 kg contro il gigante tutto scienza e muscoli. Il suo messaggio, pochi giorni dopo, per complimentarsi e dirmi che lo avevo seriamente messo in difficoltà mi riempì di orgoglio.
Il mio primo podio. La mia prima "gara vera" da big. Da quel giorno sono passati alcuni anni, e se mi volto indietro riesco a rivedere ogni centimetro di quella strada percorsa con sudore e fatica. Già, perché molti di voi possono pensare che ci sia una buona dose di fortuna dietro al successo. Solo i più attenti e intelligenti riescono a capire veramente cosa significhi arrivare faticosamente in cima. Da fuori si vedono le luci, i sorrisi, le braccia al cielo, ma per una volta sarebbe bello poter mostrare quello che c'è dentro al cuore, nel profondo dell'anima.
Dubbi, paure, incertezze, le difficoltà per allestire un team: troppo spesso il successo dipende anche da altre persone. "Ultracycling sport di squadra". Questo ci ripetiamo spesso io e Fabio. Preparatore, mentore ma soprattutto amico di tante battaglie.
Il 2015 proprio alla Race Across Italy ho scoperto la mia dimensione definitiva in questo sport così duro ma affascinante: 840 km di cui ho un solo bellissimo ricordo. Il giorno prima, solo nella mia stanza con gli occhi chiusi e la musica nelle orecchie "ho visto il film" della gara. Avevo lavorato come mai prima in tutta la mia carriera. Avevo immaginato ogni curva, ogni angolo di strada, ogni battito di cuore su e giù per le montagne d'Abruzzo. Le mie montagne.
Il giorno della gara, poi, scendere in campo e ritrovare quel film. Viverlo in prima persona. "Buona la prima caro Omar". Non facevo che ripetermelo. La partenza "forte", le montagne spianate, gli avversari sconfitti uno ad uno guardandoli negli occhi.
Nulla poteva frapporsi fra me e la pellicola di quel film. Avevo troppa voglia di vederlo proiettarsi sul lungomare di Silvi Marina.
Quest'anno sarà un'altra storia. Partiro con il numero "1" sulla schiena ma, soprattutto, con il tricolore sul petto. Quel tricolore che dovrò onorare.
Davanti a me avrò i migliori al mondo.
Ore 10.49 di sabato 23 aprile: su quella pedana dovrò cercare di non pensare. "Se pensi e' la fine, se pedali arrivi". Questo mi sono ripetuto durante gli ultimi chilometri verso Capo Nord, mentre con le lacrime agli occhi e il dolore nel cuore cercavo di concludere la mia avventura più estrema.
Non so come andrà questa corsa: ogni gara estrema e' una storia a se. Ho fatto tutto ciò che andava fatto. Ho chiuso gli occhi e ho sognato, pedalato, sudato, sorriso, accarezzato la strada.
Ho raccolto l'amore di tutte le persone che per strada, in questi mesi, non mi hanno mai fatto mancare un incitamento, una pacca sulla spalla, un sorriso di incoraggiamento.
So di voler vincere, di voler colorare di giallo quella lunghissima e tortuosa strada. 818 km in cui sfiderò prima di tutto l'avversario più difficile da battere: me stesso.